Pafuri è il Kruger al suo stato più selvaggio e meno visitato, la punta più a nord del parco dove quasi nessuno va. Si trova nella concessione Makuleke, un triangolo di terra di 24.000 ettari incastrato tra i fiumi Luvuvhu e Limpopo, e sembra un paese diverso dal sud trafficato. Niente folle, niente traffico agli avvistamenti, solo foresta ripariale, pianure alluvionali e un profondo senso di natura selvaggia. Chi affronta il lungo viaggio fin quassù viene per qualcosa che il resto del Kruger non offre.
Quel qualcosa è in parte il paesaggio. Pafuri ospita rare foreste di fever tree, dalla corteccia di un verde pallido e luminoso, che crescono accanto a baobab giganti lungo i fiumi, una scena che non si trova altrove nel parco. È anche la capitale del birdwatching del Kruger, con oltre 450 specie registrate nei Makuleke e specialità del nord che attirano i birdwatcher da tutta la lunghezza del paese per spuntarle. A differenza del resto del parco, dà il meglio nell’estate verde, quando arrivano i migratori e la boscaglia si anima. Alla punta nord, il Luvuvhu incontra il Limpopo a Crooks’ Corner, dove convergono Sudafrica, Zimbabwe e Mozambico e dove, un secolo fa, bracconieri e trafficanti d’armi sgusciavano tra tre confini per sfuggire alla legge.
C’è storia anche nella terra. Questa terra fu sottratta al popolo Makuleke sotto l’apartheid e restituita a loro alla fine degli anni ‘90 dopo una causa storica, e oggi è gestita come concessione comunitaria, con il turismo che finanzia la comunità che l’ha riconquistata. Il modo di viverla è a piedi, in una walking safari guidata tra i fever tree e lungo i fiumi, leggendo tracce e canti d’uccello invece di spuntare i Big Five. Vieni per gli uccelli, gli alberi e la solitudine, mettiti in conto la distanza con almeno due notti, e accetta che questa è natura selvaggia più che un paese da fauna densa. È esattamente il senso di Pafuri.